Caso studio · Brand identity ed etichette
Prima bottiglia, primo nome.
Un bestiario per l'Oltrepò Pavese.
Quando una famiglia di coltivatori diventa un marchio: il logo, le etichette e il primo vino che Fratelli Bernini ha imbottigliato col proprio nome, dopo tre generazioni in vigna.

Tre generazioni prima di una bottiglia
A Bosnasco, nel cuore dell'Oltrepò Pavese, la famiglia Bernini coltiva la terra da tre generazioni. Per decenni le loro uve sono finite nelle bottiglie di altri: coltivatori, conferitori, custodi silenziosi di un mestiere antico. Poi, nel 2023, la decisione che cambia tutto: imbottigliare per la prima volta con il proprio nome.
Serviva tutto: un logo, un'immagine, un modo di stare sullo scaffale. La Lupa, una Bonarda dell'Oltrepò Pavese, sarebbe stata la prima bottiglia della loro storia.
Un'etichetta, quando è la prima, non è solo un'etichetta: è il modo in cui una famiglia decide di presentarsi al mondo dopo una vita passata dietro le quinte. Non serviva qualcosa di appariscente. Serviva qualcosa di vero, che somigliasse a loro e al posto da cui vengono, e che potesse reggere nel tempo: quella prima bottiglia non sarebbe rimasta sola.
Il logo
Il profilo di Bosnasco
La richiesta iniziale era chiara: il logo doveva contenere il profilo del paese, e sotto il nome dell'azienda.
Il profilo del borgo è una convenzione diffusa nel vino: chi mette una torre, chi le colline coi vigneti, chi un simbolo storico. Il rischio, quando si lavora dentro una convenzione, è di sparirci dentro. Così ho cercato il punto in cui quella convenzione poteva diventare loro e di nessun altro.
L'ho trovato nel punto di vista. Il profilo di Bosnasco non è quello da cartolina: è quello che si vede stando in piedi nel loro vigneto, guardando verso nord/nord-ovest. Il paese come lo vedono loro, ogni giorno, dal posto dove lavorano.
Sono andato a fotografare sul posto, dal vigneto e dalla via centrale, per capire quali elementi identificano davvero quel profilo. Sono due: la torre dell'acquedotto e il campanile.


Una messa a fuoco, non una fotografia
La vista reale, per quanto suggestiva, non funzionava come logo: distanze e proporzioni fedeli davano un disegno confuso, illeggibile alle piccole dimensioni; e un logo vive soprattutto lì, sul collo di una bottiglia o su un biglietto da visita.
Ho quindi ingrandito acquedotto e campanile e li ho avvicinati tra loro, come una messa a fuoco: rinunciando alla fedeltà topografica ho guadagnato lo spazio per i dettagli che rendono quel profilo riconoscibile: le forme rettangolari sulla torre, i decori del campanile, la guglia piramidale, l'orologio.
Il profilo così ottenuto poggia su una linea curva che abbraccia il nome della famiglia e insieme ricorda il dorso di una collina dell'Oltrepò: il paese in alto, la terra sotto, il nome dentro.
Lasciare la scelta a loro
Sul logo non ho portato una proposta sola. Ho costruito tre varianti dello skyline (dalla più essenziale, fatta di soli pieni e vuoti, a una con chiaroscuri e dettagli in rilievo, fino a una in cui un tratteggio disegna il cielo e incornicia il paesaggio) e le ho abbinate a quattro famiglie tipografiche, tutte senza grazie e con un forte contrasto tra le aste, come era emerso parlando con loro.
Dodici combinazioni possibili. Le ho mostrate prima isolate, il solo nome composto nei quattro caratteri, senza nient'altro intorno che potesse alterare la percezione del testo; poi tutte insieme, per vederle suonare.
La scelta è stata la loro. È un modo di lavorare che mi interessa più della firma: chi si presenta al mondo per la prima volta deve riconoscersi in quello che sceglie, non subirlo.


Le etichette
Un bestiario, un vino alla volta
Il nome del primo vino è nato dalla terra, letteralmente: Fratelli Bernini coltiva una zona che si chiama Cascina Lupa. Il secondo vino aveva già il suo nome: Urluk, l'allocco, in dialetto.
Due animali, e una direzione: a ogni vino il suo animale, sempre di queste colline e sempre chiamato col nome che gli danno qui. Come il bozzetto a matita è l'inizio di un'idea, quei due vini erano l'inizio di un progetto.
E in fondo, non è il vino stesso il medium di un progetto nuovo?
Da lì la scelta di inaugurare la linea con illustrazioni di animali, in bianco e nero, dal tratto di una matita.
Sapevo dove andavamo; non sapevo quanto lontano. È arrivato Martiné, il calabrone, e la linea ha smesso di essere una coppia. Milo'rd, il biacco, è in lavorazione e sarà il quarto. Quello che era iniziato come l'immagine di due bottiglie è diventato, un vino alla volta, un piccolo bestiario dell'Oltrepò: un sistema in cui ogni vino ha la sua creatura, il suo carattere, il suo nome che sa di casa.
Un'identità così non si vede tutta il primo giorno: si costruisce una bottiglia per volta.

Il lavoro
Una mano sola su tutta la linea
Per le immagini degli animali ho scelto una strada che nel 2023 era ancora poco battuta in questo settore: le illustrazioni di base sono state generate con l'intelligenza artificiale, guidate fino a ottenere il tratto che avevo in mente. L'ho proposto a Fratelli Bernini fin dalla prima presentazione, spiegando il perché: serviva una mano sola su tutta la linea, un segno che restasse identico dalla prima etichetta alla quarta, anche a distanza di anni.
Da lì in poi il lavoro è stato mio: scegliere il tratto, lavorare l'immagine, montarla nella composizione insieme al nome, alla tipografia e al logo, e tenere il sistema coerente da un'etichetta all'altra. L'illustrazione è un ingrediente; l'etichetta è il progetto.
Cinque strade per la stessa bottiglia
Come per il logo, ho esplorato invece di decidere da solo. Cinque impostazioni dell'etichetta, ognuna con una tensione diversa: l'animale decentrato e il nome in calligrafia, con molto spazio bianco; il volto ben visibile in alto e un carattere più rigido e squadrato; il muso ravvicinatissimo, che occupa quasi tutta l'etichetta, con una tipografia tribale e primitiva; l'animale più arretrato e il nome scritto come un graffito, con un'identità quasi ribelle. La quinta metteva insieme le immagini di una e la tipografia dell'altra; ed è quella che ha vinto.
Ogni variante è stata presentata nelle due versioni, fondo bianco e fondo nero.

Il retro, la stampa, i millimetri
Un'etichetta non finisce quando è bella. C'era da progettare il retro con tutte le informazioni di legge (denominazione, annata, imbottigliatore, gradazione, solfiti, lotto, QR code) tenendolo coerente con la tipografia del fronte; e da consegnare gli esecutivi nei formati richiesti dalla stampa, 70×100 e 100×70 millimetri, con i margini di sicurezza al posto giusto.
È la parte che non si vede e che decide se il progetto arriva davvero in bottiglia.


Il riconoscimento
Tra i Top Hundred del Golosario 2024
La Lupa, la Bonarda che porta questa immagine, è entrata tra i Top Hundred del Golosario 2024, la selezione dei migliori vini d'Italia della guida di Paolo Massobrio e Marco Gatti.
Il merito, va detto con chiarezza, è del vino di Fratelli Bernini. Ma vedere il loro primo imbottigliato riconosciuto tra le eccellenze italiane, alla prima annata, è stato il segno che un'idea nata dalla terra poteva funzionare davvero. E aver dato a quel vino il suo volto è, per me, un piccolo grande motivo di orgoglio.
Una nota personale
Occhi nuovi
Il mondo del vino è un universo di cui a lungo ho intuito il fascino senza conoscerlo davvero.
Progetti come questo me lo stanno facendo scoprire un po' alla volta. E forse è proprio perché l'ho guardato con occhi nuovi, senza darlo per scontato, che ho potuto provare a raccontarlo così: con il rispetto di chi si avvicina in punta di piedi a qualcosa di più grande e più antico di lui.
Hai un vino che aspetta il suo volto? Che sia il primo o un nuovo capitolo, mi piacerebbe ascoltarne la storia.
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