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Oltrepò Pavese DOC: la denominazione che ti dice anche in che ordine scrivere

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Trentasei tipologie, una gerarchia obbligatoria di tre righe, e una parola vietata che però in certi casi si può scrivere. Il disciplinare dell'Oltrepò Pavese è il più articolato del territorio, e il più preciso nel dire a chi progetta l'etichetta cosa mettere dove.

Trentasei tipologie sotto lo stesso nome

La DOC Oltrepò Pavese non è un vino: è un contenitore. L'articolo 1 elenca trentasei tipologie, fra rossi, rosati, bianchi, frizzanti, spumanti, passiti e liquorosi. Rosso, Bianco, Rosato, poi Barbera, Riesling, Cortese, Moscato, Malvasia, Pinot nero vinificato in bianco o in rosato, Chardonnay, Sauvignon, Cabernet Sauvignon, ciascuno con le proprie varianti.

È la denominazione storica del territorio, nata nel 1970. Nel 2007 e nel 2010 alcune tipologie sono uscite di casa e hanno ottenuto un disciplinare proprio: il Metodo Classico è diventato DOCG, mentre Bonarda, Buttafuoco, Sangue di Giuda, Pinot nero vinificato in rosso e Pinot grigio sono diventate denominazioni autonome.

Per chi progetta significa una cosa pratica: prima di aprire il disciplinare dell'Oltrepò Pavese, conviene verificare che il vino non abbia il suo. Le regole cambiano.

Tre righe, e l'ordine è deciso

Qui arriva il vincolo che rende questa denominazione diversa da tutte le altre del territorio.

L'articolo 7.3 stabilisce che la menzione «Denominazione di Origine Controllata» vada riportata immediatamente al di sotto della denominazione «Oltrepò Pavese». Fin qui è come nella Bonarda e nel Buttafuoco.

Ma aggiunge una terza riga: il nome del vitigno e le menzioni tradizionali o di colore devono essere indicati al di sotto della dicitura «denominazione di origine controllata». Non accanto, non sopra, non da un'altra parte: sotto.

Nelle altre denominazioni il vitigno è già dentro il nome, come in Bonarda e Buttafuoco, e il blocco è di due righe. Qui sono tre, in un ordine che il disciplinare decide al posto tuo. È il vincolo di composizione più rigido dell'Oltrepò, e condiziona l'intero impianto verticale dell'etichetta.

La gerarchia imposta dall'articolo 7.3Un blocco di tre righe: in alto Oltrepò Pavese, subito sotto denominazione di origine controllata, e sotto ancora il nome del vitigno o la menzione di colore, in questo esempio Barbera riserva.Oltrepò PaveseDenominazione di Origine ControllataBarbera riserva123la denominazionesubito sottovitigno o colore
L'ordine imposto dall'articolo 7.3: denominazione, dicitura, e sotto il vitigno o la menzione di colore.

«Riserva» qui si può scrivere

L'articolo 7.1 vieta di aggiungere alla denominazione menzioni non previste, e ne elenca alcune: superiore, extra, fine, scelto, selezionato, vecchio e similari.

Confrontando con la Bonarda e il Buttafuoco si nota una differenza: «riserva» non compare nell'elenco. Il motivo è che qui Rosso riserva, Barbera riserva e Riesling riserva sono tipologie previste dal disciplinare, con requisiti propri di invecchiamento: almeno ventiquattro mesi dal primo novembre dell'anno di raccolta.

E c'è un caso ancora più curioso: esiste la tipologia «Riesling superiore», benché «superiore» sia fra le parole vietate. La logica è che il divieto riguarda le menzioni aggiunte di propria iniziativa, non quelle che il disciplinare prevede.

Per chi progetta la regola pratica è semplice: quello che sta nell'elenco delle tipologie si può scrivere, tutto il resto no. E la parola giusta va nella terza riga del blocco, non altrove.

Puoi scrivere

  • Nomi di fantasia
  • Marchi privati e ragioni sociali
  • Riserva, per le tipologie che la prevedono
  • «Rosé», per il Pinot nero spumante rosato

Non puoi scrivere

  • Superiore
  • Extra
  • Fine
  • Scelto
  • Selezionato
  • Vecchio
  • Ogni altra menzione non prevista dal disciplinare
  • Nomi con significato laudativo o ingannevole

L'annata, e le tre eccezioni

L'articolo 7.2 rende obbligatoria l'indicazione dell'annata, ma la esclude per tre categorie: spumante, frizzante e liquoroso.

È il regime più permissivo del territorio. Nella Bonarda l'eccezione riguarda il solo frizzante, nel Buttafuoco non esiste affatto. Se la cantina produce uno spumante o un frizzante Oltrepò Pavese, l'etichetta può restare la stessa di anno in anno.

C'è poi una piccola libertà in più, sempre nell'articolo 7.3: per il Pinot nero spumante nella versione rosato è consentito usare in etichetta il termine «rosé». Una parola francese ammessa per nome dal disciplinare, cosa non frequente.

Il contenitore dipende dalla tipologia

L'articolo 8 è il più articolato che abbiamo incontrato, e va letto con attenzione perché cambia da vino a vino.

La regola generale è larga: contenitori di qualunque capacità prevista dalla legge. Ma cinque tipologie fanno eccezione (Bianco, Rosso, Rosso riserva, Barbera riserva e Riesling riserva) e devono essere immesse al consumo soltanto in bottiglie di vetro di forma tradizionale, fino a cinque litri.

Sugli spumanti c'è un vincolo in più che riguarda direttamente l'aspetto della bottiglia: il tappo di sughero a fungo con la gabbietta è obbligatorio, tranne che per i formati fino a duecento millilitri. E per i contenitori da sei o nove litri e oltre serve un'autorizzazione ministeriale.

Per il progetto vuol dire che il formato non si decide alla fine. Un'etichetta pensata per una bottiglia tradizionale e una pensata per un contenitore diverso partono da presupposti che non si possono invertire a lavoro finito.

Il folletto danzante

L'articolo 7.4 impone il marchio collettivo dell'Oltrepò Pavese in abbinamento inscindibile con la denominazione, come per la Bonarda e il Buttafuoco. Il marchio è lo stesso, ed è distribuito dal Consorzio anche ai non associati.

Ma è nell'articolo 9, quello sul legame con il territorio, che il disciplinare spiega cosa rappresenta. Il segno attuale riprende un simbolo in uso fino al 1994, e si chiama «folletto danzante».

La posizione detta danzante simboleggia la pigiatura dell'uva. La mano sinistra è piegata in un gesto di accoglienza. La coda si curva verso l'alto e finisce con una foglia di vite. E la ghiera che lo contiene ha quattro rientranze in corrispondenza dei punti cardinali, a indicare un'apertura in tutte le direzioni, geografica e culturale.

Fra il 1994 e il 2010 il Consorzio aveva adottato un altro emblema, il «Signore del Brio», ispirato a un personaggio della corte cinquecentesca dei marchesi Malaspina che si occupava delle feste. Poi si è tornati al folletto.

Sapere cosa significano le parti di un marchio che sei obbligato a mettere in etichetta cambia il modo in cui lo si posiziona. Un segno di cui si conosce il senso si tratta diversamente da un bollino.

Il punto di vista del designer

Quando il vincolo è una gerarchia, non un elenco

Nelle altre denominazioni il disciplinare dice cosa scrivere. Qui dice anche in che ordine, e la differenza è sostanziale: una regola sulle parole la risolvi controllando una lista, una regola sull'ordine ti condiziona la composizione dall'inizio.

Tre righe imposte, con corpi decrescenti e un allineamento da decidere, sono un blocco che occupa spazio e attenzione. La tentazione è comprimerlo per fare posto al nome di fantasia. Ma un blocco compresso male si legge peggio e non guadagna niente: meglio dargli il respiro che chiede e costruire il resto attorno.

C'è poi una cosa che vale per tutte le guide di questa serie. Il disciplinare non è un ostacolo al progetto: è il primo brief che ricevi, ed è scritto molto meglio della maggior parte dei brief.

Quello che leggi qui viene dal disciplinare di produzione, letto con gli occhi di chi progetta l'etichetta e non di chi si occupa di normativa. I disciplinari vengono modificati nel tempo: prima di andare in stampa, la conformità va sempre verificata sulla versione vigente e con l'organismo di controllo. È quello che faccio io su ogni progetto.

I riferimenti di questa guida sono tratti dal disciplinare di produzione della DOC Oltrepò Pavese, aggiornato al D.M. 7 marzo 2014, che si scarica per intero dal sito del Consorzio Oltrepò Pavese.

Scarica il disciplinare dal sito del Consorzio

Domande frequenti

Posso scrivere il nome del vitigno sopra la denominazione?

No. L'articolo 7.3 stabilisce che il nome del vitigno e le menzioni tradizionali o di colore vadano indicati al di sotto della dicitura «denominazione di origine controllata», che a sua volta sta immediatamente sotto «Oltrepò Pavese». L'ordine delle tre righe è imposto.

«Riserva» è una parola vietata o no?

Dipende dalla denominazione. Nell'Oltrepò Pavese DOC è una tipologia prevista per Rosso, Barbera e Riesling, quindi si scrive. Nella Bonarda e nel Buttafuoco è esplicitamente vietata. La regola generale è che si possono usare solo le menzioni previste dal proprio disciplinare.

Devo mettere l'annata su uno spumante Oltrepò Pavese?

No, è facoltativa. L'articolo 7.2 esclude dall'obbligo le tipologie spumante, frizzante e liquoroso. È un regime più permissivo di quello della Bonarda, dove l'eccezione riguarda il solo frizzante.

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