Guida
Pinot nero: lo stesso vitigno in tre denominazioni diverse
Tempo di lettura: 6 min circa
L'Oltrepò Pavese ha quasi il settanta per cento del Pinot nero italiano, e lo stesso vitigno può finire su tre etichette che seguono regole diverse. Per chi progetta non è un vincolo da rispettare: è un sistema visivo da costruire.
Tre strade per la stessa uva
Il Pinot nero coltivato in Oltrepò può diventare tre vini appartenenti a tre denominazioni distinte, ciascuna con il proprio disciplinare.
Vinificato in rosso è «Pinot nero dell'Oltrepò Pavese», una DOC autonoma dal 2010 con disciplinare proprio. Vinificato in bianco o in rosato resta una tipologia dell'Oltrepò Pavese DOC, dove il nome del vitigno deve stare sotto la dicitura di origine controllata. E come base per il metodo classico entra nella DOCG, che è un'altra denominazione ancora.
Una cantina che produce tutte e tre le cose, cosa non rara da queste parti, si trova con tre etichette che condividono l'uva ma non le regole di composizione. È il caso più interessante del territorio, e nessun disciplinare lo affronta perché ciascuno guarda solo se stesso.
Quello che la DOC autonoma impone
I vincoli della DOC «Pinot nero dell'Oltrepò Pavese» sono quelli che ormai conosci: denominazione consecutiva, anche su più righe, con la dicitura «denominazione di origine controllata» immediatamente sotto. Menzioni facoltative non più grandi o evidenti della denominazione, con l'eccezione di marchi e nomi aziendali. Marchio collettivo obbligatorio in abbinamento inscindibile. Bottiglie di vetro fino a cinque litri.
L'annata è sempre obbligatoria, anche sulla tipologia riserva. E il vitigno, essendo già dentro il nome della denominazione, non richiede una riga a parte: il blocco resta di due righe, come nella Bonarda e nel Buttafuoco.
La differenza sta nella parola «riserva».
«Riserva» qui si può scrivere, ma costa sei mesi di legno
L'articolo 7.1 elenca le parole vietate: superiore, extra, fine, scelto, selezionato, vecchio e similari. Come nell'Oltrepò Pavese DOC, «riserva» non compare, perché è una tipologia prevista dal disciplinare.
Ma qui il requisito è più severo che nella denominazione madre. L'articolo 5.4 chiede almeno ventiquattro mesi di invecchiamento a partire dal primo novembre dell'anno di raccolta, e precisa: di cui almeno sei in legno. Nell'Oltrepò Pavese DOC i ventiquattro mesi bastano, senza specificare il contenitore.
Per il progetto significa che «riserva» su un Pinot nero non è un aggettivo che si aggiunge per dare importanza: è una parola che costa due anni di cantina e sei mesi di botte. Vale la pena trattarla come un'informazione, non come un ornamento.
Puoi scrivere
- Nomi di fantasia
- Marchi privati e ragioni sociali
- Riserva, con ventiquattro mesi di cui sei in legno
Non puoi scrivere
- Superiore
- Extra
- Fine
- Scelto
- Selezionato
- Vecchio
- Ogni altra menzione non prevista dal disciplinare
- Nomi con significato laudativo o ingannevole
La n minuscola
Un dettaglio che nei disciplinari passa inosservato e che riguarda direttamente chi imposta il testo.
Il disciplinare scrive «Pinot nero dell'Oltrepò Pavese», con la n di nero minuscola. Non «Pinot Nero». È la forma ufficiale della denominazione, quella che compare in tutti gli articoli e nei decreti che l'hanno istituita.
In etichetta capita spesso di trovare la maiuscola, per abitudine o per simmetria visiva. Non è un errore che qualcuno sanziona, ma su un'etichetta che rivendica una denominazione precisa è il tipo di dettaglio che chi conosce il settore nota. E in composizione, «Pinot nero» e «Pinot Nero» hanno un ritmo diverso: la seconda è più simmetrica, la prima più corretta.
Perché qui e non altrove
Vale la pena sapere in che contesto si progetta. Il Pinot nero arriva in Oltrepò nel 1865, con i primi impianti a Rocca de' Giorgi per opera del conte Carlo Giorgi di Vistarino. Da circa seicento ettari negli anni Sessanta si arriva ai duemilaottocento del 2010, su un totale italiano che sfiora i quattromila.
Sono quasi sette ettari su dieci di tutto il Pinot nero italiano, concentrati in una fascia di colline che quasi nessuno, fuori dalla provincia, associa a questo vitigno. Il disciplinare stesso lo dice a modo suo: il vitigno si è diffuso in tutta la penisola dalla fine dell'Ottocento, ma dopo la fillossera la sua coltivazione si è attestata principalmente in Oltrepò Pavese.
È una discrepanza fra quello che il territorio è e quello che il mercato sa, e un'etichetta può fare poco per colmarla da sola. Ma sapere di progettare per una denominazione che ha i numeri e non la fama cambia il tono di quello che si disegna.
Il punto di vista del designer
Tre etichette che devono somigliarsi e distinguersi
Il problema vero di questa denominazione non è un vincolo del disciplinare: è che una cantina può avere tre vini dallo stesso vitigno, appartenenti a tre denominazioni diverse, e ciascuno con la propria gerarchia obbligatoria in etichetta.
La tentazione è fare tre etichette uguali cambiando solo il testo. Non funziona, perché le regole di composizione sono diverse: nella tipologia dell'Oltrepò Pavese DOC il nome del vitigno deve stare sotto la dicitura di origine controllata, nella DOC autonoma è già dentro la denominazione. Il blocco cambia altezza e peso, e un impianto pensato per uno dei due sull'altro si sfalsa.
Il modo che uso è partire dal caso più vincolato, quello con tre righe, e costruire lì l'impianto. Gli altri due, che hanno più libertà, si adattano a quella griglia senza perdere niente. Al contrario non funziona: una griglia disegnata sul caso libero non ha spazio per la riga in più.
Quello che leggi qui viene dal disciplinare di produzione, letto con gli occhi di chi progetta l'etichetta e non di chi si occupa di normativa. I disciplinari vengono modificati nel tempo: prima di andare in stampa, la conformità va sempre verificata sulla versione vigente e con l'organismo di controllo. È quello che faccio io su ogni progetto.
I riferimenti di questa guida sono tratti dal disciplinare di produzione della DOC Pinot nero dell'Oltrepò Pavese, aggiornato al D.M. 7 marzo 2014, che si scarica per intero dal sito del Consorzio Oltrepò Pavese.
Domande frequenti
«Pinot nero» o «Pinot Nero»?
Il disciplinare usa la n minuscola: «Pinot nero dell'Oltrepò Pavese». È la forma ufficiale della denominazione, e in etichetta conviene rispettarla.
Posso scrivere «riserva» su un Pinot nero dell'Oltrepò?
Sì, se il vino ne ha i requisiti: almeno ventiquattro mesi di invecchiamento dal primo novembre dell'anno di raccolta, di cui almeno sei in legno. È una tipologia prevista dal disciplinare, non un aggettivo aggiunto.
Il Pinot nero vinificato in bianco segue lo stesso disciplinare?
No. La DOC «Pinot nero dell'Oltrepò Pavese» riguarda solo il vino rosso. Vinificato in bianco o in rosato il Pinot nero resta una tipologia dell'Oltrepò Pavese DOC, con regole di composizione diverse: lì il nome del vitigno deve comparire sotto la dicitura di origine controllata.
Progetti una linea di Pinot nero che attraversa più denominazioni? È il caso in cui vale la pena partire dal sistema invece che dalla singola etichetta.
Parliamone